The Guestbook – Valeria Dellisanti

The Guestbook – Valeria Dellisanti

Giulia Guido · 3 mesi fa · Photography

Protagonista di questo The Guestbook è Valeria Dellisanti, giovane fotografa che con delicatezza e maestria riesce a catturare piccoli momenti di intimità. Tra i suoi progetti spicca sicuramente “In The Rooms”, una serie di scatti che immortalano giovani ragazze all’interno delle loro camere da letto, luogo sicuro dove si cresce e ci si mette in discussione, ma a catturare la nostra attenzione è il suo progetto “Distancing Diary” nato durante la quarantena, una sorta di diario personale formato da piccoli pensieri e stupende fotografie.

Incuriositi dal suo stile e dai suoi lavori, abbiamo fatto qualche domanda a Valeria che ci ha raccontato come è nata la sua passione, i suoi progetti e molto altro. 

Raccontaci come ti sei avvicinata alla fotografia. C’è un momento in particolare che ti ricordi?

Vorrei approfittare di questa domanda che trovo spesso nelle interviste e che spesso viene fatta a me, per fare una riflessione. Dunque rigiro e riformulo la domanda a te e ai lettori di Collater.al: Chi non si è avvicinato alla fotografia nel contesto sociale e culturale in cui viviamo?
È quasi impossibile a mio parere non confrontarsi con questo medium nel 2020. Quando la fotografia è entrata nelle abitudini della gente, l’idea di poter prelevare pezzi di realtà e di mondo per poterli custodire, archiviare e rivedere ogni volta che si vuole ha dato il via ad un nuovo fenomeno di massa che è stato accentuato dalle nuove tecnologie e dai social media. 
Oggi tutti produciamo immagini spontaneamente, come una forma naturale di relazione con gli altri e con il mondo.  A tal proposito, mi piace ricordare le parole di Susan Sontag la quale scrisse: “collezionare fotografie è collezionare il mondo”.

Per quel che riguarda la mia esperienza personale, da quando ho avuto in mano il primo cellulare ho iniziato a fotografare, come penso un po’ tutti. Piano piano grazie ai miei studi, agli stimoli delle persone nella mia vita, quindi alle influenze esterne e interne, ho iniziato a farlo sempre in modo più consapevole.  
Non ricordo un momento particolare, è stato più un percorso. 
La fotografia mi aiuta a pormi domande, a capire meglio chi sono e chi voglio essere. Mi aiuta a riflettere e a concentrare il mio sguardo su quello che accade e mi circonda, dunque per me è uno strumento di analisi del se.

Uno dei tuoi ultimi lavori è “In The Rooms”, una serie di scatti che ritraggono delle ragazze nelle proprie camere da letto. Raccontaci com’è nata questa idea e quali aspetti hai voluto far risaltare negli scatti. 

Sono molto legata a questa serie fotografica e mi fa un po’ tenerezza riguardarla oggi. 
In realtà è una sensazione che provo un po’ per tutti i miei lavori passati.
Ho iniziato questo progetto spontaneamente, quasi inconsapevolmente. 
Dopo la maturità al liceo artistico, nel 2015 mi sono trasferita a Bologna per continuare i miei studi. Questo cambiamento mi ha portata a relazionarmi non solo con una nuova città ma anche con uno stile di vita totalmente differente e autonomo. Appena si cambia città, il primo passo è trovare un appartamento o una stanza in cui vivere. Dunque in questo contesto la propria camera, sopratutto se abiti in una casa condivisa, diventa uno spazio intimo “una campana di vetro”. Attenzione, campana di vetro non intesa nell’accezione di Sylvia Plath “non riuscivo a sentire niente-seduta sul ponte di una nave o in un caffè di Parigi o Bangkok- sarei sotto la stessa campana di vetro, a soffocare nella mia stessa aria acida”. Ma come uno spazio in cui sentirsi al sicuro e a proprio agio, in cui scoprire e costruire la propria identità.

Mi affascinava molto il processo di personalizzazione delle stanze, e sopratutto scattare e rapportarmi con un soggetto in un ambiente così intimo dentro al quale ogni giorno si rielabora la propria identità. Grazie a questo progetto mi sono ritrovata a fotografare amiche, ma anche ragazze che non conoscevo affatto. 
La serie “In the Rooms” è stata importante per me perché mi ha aiutata a sviluppare un linguaggio e una personalità fotografica, inoltre mi ha permesso di mettermi in gioco, ed affrontare le mie paure, la mia timidezze e a confrontarmi con la vita di altre mie coetanee. 

Il tuo ultimo progetto, invece, si chiama “Distancing Diary” ed è nato durante e a causa della quarantena. Com’è stato raccontarsi in prima persona

Non è stato facile farlo, sopratutto in questo contesto. 
La fotografia, o il creare in generale, è terapeutico: l’are è uno strumento di analisi del sé.
In questa situazione, il creare mi ha aiutata a confrontarmi con me stessa, mi ha tenuta impegnata e produttiva mi ha aiutata a confrontarmi con gli altri. La realizzazione del diario mi ha fatto acquistare consapevolezza su come i cambiamenti provenienti dall’esterno si riversino al nostro interno. Dopo la pubblicazione del progetto alcune persone mi hanno contattata dicendomi che si sono riviste nelle pagine del mio diario e che in un certo senso si sentivano meno sole. Penso che condividere questo periodo della mia vita ha aiutato me e gli altri ad esorcizzare i sentimenti negativi.
A livello strutturale, per la prima volta ho affiancato alle immagini un percorso narrativo di tipo testuale e figurativo, mi è piaciuto molto sperimentare in questo senso.

Da un punto di vista creativo e lavorativo, come hai vissuto questo periodo di lockdown? 

Ho vissuto questo periodo a fasi alterne. Settimane in cui ero ansiosa e confusa, altre in cui mi sentivo produttiva e positiva. È stato, ed è tutt’ora, un periodo strano. Come mi ha detto una mia amica fotografa quando ci siamo incontrate dopo il lockdown “è sembrato un brutto sogno”. La cosa preoccupante è che, metaforicamente, non ne siamo ancora usciti e non ci siamo ripresi da questo incubo. 
Spero di tornare presto a scattare e recuperare gli shooting che sono stati annullati.

Quali consigli, sia tecnici che pratici, daresti a un giovane che vuole approcciarsi per la prima volta alla fotografia?

Non sono brava a dare consigli hahaha.
Però direi.. leggere, studiare e capire il lavoro degli altri fotografi e mettersi sempre in discussione.

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InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

Giulia Guido · 3 settimane fa · Photography

Ogni giorno, sul nostro profilo Instagram, vi chiediamo di condividere con noi le vostre immagini e fotografie più belle. 
Per la raccolta InstHunt di questa settimana abbiamo selezionato le vostre 10 migliori proposte: @emipitti, @alessandrascopetta, @mattia.dn, @marina_bocchetti, @maggie.ferraro, @georgiacalderone, @f_o_c_u_s_s, @ondiraitnu, @snapmyeye, @alinuvemphotography.

Tagga @collateral.photo per essere selezionato e pubblicato nel prossimo numero di InstHunt.

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Le architetture surreali di Frank Kunert

Le architetture surreali di Frank Kunert

Emanuele D'Angelo · 3 settimane fa · Art, Photography

Grazie alla meticolosa maestria artigianale di Frank Kunert, a volte ci vuole qualche istante perché lo spettatore si renda conto che sta guardando un modellino. Molte delle fotografie sembrano raffigurare una scena quotidiana di vita domestica, una stanza da pranzo, un asilo nido, ad eccezione dell’inserimento di un singolo dettaglio stridente, un suo marchio di fabbrica.

Le miniature fatte a mano dell’artista tedesco ricreano scene apparentemente normali che, a un ulteriore esame, rivelano uno scenario surreale.
In Under The Bridge, una colonna di supporto per un volantino dell’autostrada è stata trasformata in una dolce casetta a schiera, mentre in Climbing Holidays un motel sul ciglio della strada è accessibile solo attraverso una scala a pioli.

“Spero che lo spettatore si diverta, ma che senta anche la malinconia delle mie opere e l’ambivalenza della vita, la commedia e la tragedia del nostro cosiddetto mondo civile”

In One Bedroom Apartment, una porta si apre su una casa a forma di armadio con un materasso incastrato ad angolo sopra un gabinetto, mentre un grazioso balcone con alberi e un ombrellone sporge in modo incongruo dal lato di una centrale elettrica che erutta inquinamento in Small Paradise.

Per Place In The Sun, usa i balconi per illustrare la vita degli abbienti e dei non abbienti, dove una nuova e bellissima villa ha una terrazza all’aperto che sporge a sbalzo sul balcone del vicino di casa, bloccando la luce.

Qui sotto puoi trovare altri suoi lavori, ma per scoprirli tutti visita il suo sito!

Le architetture surreali di Frank Kunert
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Le architetture surreali di Frank Kunert
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Le illustrazioni digitali e minimaliste di Ariel Sun

Le illustrazioni digitali e minimaliste di Ariel Sun

Giulia Guido · 3 settimane fa · Art

Ariel Sun è una designer e artista cinese con base a New York che realizza delle illustrazioni digitali minimali e iper colorate. 

Ariel è un’artista autodidatta, non ha mai frequentato corsi o scuole d’arte, questo le ha permesso di sviluppare uno stile personale, basato solo sul suo gusto, e di lavorare solo sui suoi soggetti preferiti. 

Con gli anni, quello che era nato come un passatempo, un modo per dare sfogo alla propria creatività, è diventato un lavoro che ha portato Ariel Sun a collaborare con diversi brand e clienti. 

Al contrario di molti suoi colleghi, Ariel lavora completamente in digitale, dallo schizzo le ultime rifiniture, spesso facendosi ispirare da ciò che vede, dai suoi viaggi, altre volte da fotografie. I forti contrasti, che danno vita a giochi di luci e ombre, e una palette di colori accesi e pieni vengono bilanciati da uno stile minimale, fatto da poche linee e ancora meno elementi, regalando al risultato finale un non so che di rilassante e pacifico. 

Noi abbiamo selezionato solo alcuni dei lavori di Ariel Sun, ma per scoprirli tutti e non perdervi i prossimi seguitela su Instagram e visitate il suo sito

Le illustrazioni digitali e minimaliste di Ariel Sun
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Le illustrazioni digitali e minimaliste di Ariel Sun
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“The invisible city”, le città fantastiche di carta di Benoit e Gella

“The invisible city”, le città fantastiche di carta di Benoit e Gella

Emanuele D'Angelo · 4 settimane fa · Art

Gli artisti Camille Benoit e Mariana Gella hanno utilizzato il lockdown per dare vita al loro ultimo progetto “The invisible city”, modelli architettonici di città fantastiche, realizzate solo con carta e strumenti che avevano in casa.

I loro quattro modelli di carta, chiamati Saori, Azra, Calista e Ika, hanno preso ispirazione dal libro “Città invisibili” di Italo Calvino, che “esplora l’immaginazione attraverso le descrizioni dei viaggi di Marco Polo“.

Benoit e Gella hanno trasformato il loro salotto in un vero e proprio laboratorio per assemblare i loro quattro progetti. La maggior parte dei giorni si svegliavano con piccoli pezzi dei loro progetti nei letti, inizialmente infatti hanno disegnato le città su carta prima di sviluppare i prospetti frontali su Illustrator per avere un’idea generale di come sarebbe stata l’architettura.

Sebbene le “The invisible city” siano immaginarie, il loro design si è basato su alcuni edifici reali, tra cui La Muralla Roja di Ricardo Bofill, che ha ispirato il modello Calista e L’Institut du Monde Arabe e Sakura House, che ha influenzato Saora.
Ika è stata progettata per prendere spunto dalla Casa del collage di S+PS Architects, mentre Azra fa riferimento alla casa di Xavier Corberó.

“The invisible city”, le città fantastiche di carta di Benoit e Gella
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